22 gennaio – Un colore, la porta del mondo

Un colore, la porta del mondo

Carmen, 38 anni, è una psicologa-psicoterapeuta. Lavora con una coop a Roma che si occupa di riabilitazione dei malati gravi affetti da patologie invalidanti.

“Dodici anni fa – racconta – è iniziata la mia esperienza a contatto con la disabilità grave: autismo, encefalopatie, ritardo cognitivo, disturbi del linguaggio erano i termini che incontravo spesso nella lettura delle cartelle cliniche e mi mettevano paura: Poi ho dovuto confrontarmi con altre patologie altrettanto invalidanti come la sclerosi multipla, il Parkinson, le ischemie, i tumori”.

“Paura di sbagliare, di non comprendere, di essere invadente – spiega – verso chi aveva (ed ha) una “sensibilità” maggiore. Piano piano, l’osservazione dei comportamenti, la conoscenza ed il confronto con un’èquipe multidisciplinare, oltre che con la famiglia, ha permesso di confrontarmi con un “mondo” uguale e diverso allo stesso tempo”.

“Si trattava di persone costrette a stare a casa, a vedere compromesse le proprie autonomie funzionali e a maturare grossi sensi di colpa nei confronti delle persone care che si occupavano costantemente di loro”.

“Una delle difficoltà più grandi nel lavorare con questi pazienti era proprio quella di entrare nelle loro case ed organizzare un setting altamente strutturato per garantire la privacy. Spesso non era semplice, la famiglia poteva dimostrarsi invadente e il messaggio che passava era: ”sei comunque in casa mia!”

“Un mondo al quale era difficile accedere ma non era del tutto impossibile; bisognava soltanto capire come. Fu così – ricorda -. allora che la scelta di un colore poteva esprimere un’emozione allo stesso modo di come la semplice parola poteva farlo”.

“A volte, dato che la mia presenza era legata ad un progetto riabilitativo che prevedeva interventi di fisioterapia, non venivo subito accettata… ricordo che qualcuno mi provocava dicendomi “ma me le ridai tu le gambe? Me la ridai tu la forza per camminare? A volte invece le persone un po’ più anziane mi dicevano “ma tu mi puoi essere nipote!”

“A volte però mi accorgevo che bastava veramente poco per facilitare l’esposizione dei propri vissuti emotivi… mi rendevo conto che, soprattutto nei casi di estrema solitudine, io rappresentavo uno dei pochi contatti (se non l’unico) con il mondo esterno ed iniziare un discorso su com’era il tempo fuori, se c’era l’ambulante all’angolo della strada ecc. valeva più di qualsiasi altra forma di terapia perché era come se attraverso i miei occhi avevano guardato fuori dalla finestra”.

 

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