29 gennaio – Le campane di Agnone, mille anni di voce di Dio

Mille anni di campane.
Non è proprio un lavoro né una fabbrica normale quella della Pontificia fonderia di Campane dei Marinelli di Agnone.
Perchè, oltre all’onere di avere sulle spalle mille anni di storia che – come dice Armando Marinelli che con il fratello Pasquale sono i Marinelli contemporanei – rende poco praticabile l’idea di “cambiare lavoro da un momento all’altro”, le campane sono un quella cosa terrena che è un po’ la voce di Dio. Oggetti sacri e venerati, la cui sacralità è ribadita nel momento stesso della loro “nascita”: la fusione, un getto solo in una struttura particolare, che avviene pregando e recitando tutti, lavoratori e committenti, litanie. Con la presenza di almeno un sacerdote.
Così nasce la campana. Stesso modalità di mille anni fa. Tanto che se ad Agnone non ci fosse l’energia elettrica i Marinelli le campane le farebbero lo stesso. Perchè la loro officina è la stessa di mille anni fa e ricorda con i materiali e soprattutto gli odori il Medioevo. Un po’ come trovarsi nel cuore di un monastero cistercense con la legna, i carboni ardenti, l’odore della cera, quello della terra bruciata e dei mattoni.E modelli che fumano, come pire.
“Ci rendiamo conto – spiega Armando Marinelli – che andiamo controcorrente in questo mondo, che siamo più rallentati. Ma finché ci sono i clienti le facciamo così. Nel nostro animo ci rendiamo conto che facciamo oggetti molto importanti per la chiesa, perché saranno la voce di Dio e sono le compagne dell’uomo”.
Perché l’unica cosa cambiata da mille anni fa è il luogo della fusione. Fino alla seconda guerra i Marinelli e i loro operai si trasferivano per quattro o cinque mesi nel luogo dove la campana doveva essere issata. E li facevano le complesse e lunghe operazioni di produzioni. Dopo la guerra i trasporti hanno mandato in pensione queste epiche trasferte e le campane si fanno nell’officina di Agnone e di lì raggiungono i quattro angoli del pianeta.
Quattro mesi per fare una campana: stesse tecniche, stessi prodotti di mille anni fa. E regole messe nero su bianco nel ‘700.
Perché la campana nasce intorno al suo diametro di base che è la misura fondamentale: spessore, altezza e tutte le altre dimensioni dipendono dal diametro.
E naturalmente il suono: ogni diametro ha la sua nota.
Con 70 centimetri c’è un DO e la campana peserà 220 chilogrammi, per un Do acuto si dimezza il diametro e il peso scende a 40 chilogrammi.
Tutto è correlato alle corte del pianoforte. Ma ogni fonderia ha il suo suono.
La campana più grande di cui i Marinelli hanno memoria (un incendio nel 1950 distrusse tutta l’azienda e anche l’archivio) è quello della campana “più santa”.
Racconta Armando Marinelli: “Il 19 marzo del 1995 venne in visita Papa Giovanni Paolo II che benedì la fusione di una campana. Mio zio gli disse ‘Santità si avvicina il giubileo la vogliamo fare una campana”. E Giovanni Paolo II replicò ‘Marine’ Grande Giubileo, Grande Campana’. Così facemmo la campana più grande: due metri di diametro e sei di circonferenza e dal peso di 50 quintali”,
L’episodio più curioso è in un documento che è stato da poco consegnato ai fratelli Marinelli.
In un contratto del 1600 con il parroco di Petrella Tifernina, un paese molisano, dove erano definite nei minimi particolari le incombenze di tutti i contraenti c’è un addendum successivo alla conclusione dell’opera.

“La campana fusa dai germani Marinelli è andata a buon fine e quando è stata issata sul campanile il primo rintocco è stato un rintocco a morto dedicato al medico del paese che si era fortemente opposto alla raccolta dei soldi per questa campana”.

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