19 febbraio – Il figlio del poliziotto fiancheggiatore dei brigatisti

A quasi 60 anni T. ha lo sguardo al passato di chi ha attraversato “deserti e paludi”, di chi ha “scalato montagne ed è finito nei dirupi”. Il dirupo di T. è il carcere. Non un carcere qualsiasi. Il carcere duro, quello del terrorismo.

T. è stato in carcere due anni con l’accusa di essere un “fiancheggiatore” delle Brigate Rosse. Due anni e l’asprezza di essere il figlio di un poliziotto. Quindi, durezza diversa e massima.

Nel momento in cui il Paese – tra gli anni ’70 e fino alla metà degli ’80 – barcolla sotto i colpi degli attentati del terrorismo rosso e nero, le stragi mai chiarite, per chi stava dalla parte della barricata dello Stato era semplicemente inammissibile e un tradimento ritrovare di fronte i propri figli, i propri fratelli.

T. però non ha partecipato ad attentati, non ha sparato, non ha partecipato alle rapine di “autofinanziamento“.

T. ha preso in fitto una casa e l’ha data in uso a una delle organizzazioni della galassia delle Brigate Rosse, abitazione trasformata in un covo. Ha dato le sue generalità, pulite, a un gruppo di amici che avevano scelto la via della clandestinità. 

Quando una mattina i carabinieri hanno bussato alla sua porta ha capito. E si sono aperte le porte del carcere.

Due anni di carcere e nemmeno un processo. Dopo due anni senza spiegazioni le porte del carcere si sono riaperte e T. ha riavuto la libertà. T. non ha voglia di parlare di quei due anni in carcere. Non deve essere stato facile “essere il terrorista figlio del poliziotto”, il “traditore” delle divise.

T. dopo più di 35 anni non ha rancori. Dice di non avere rancori dal momento in cui ha lasciato il carcere. “Perché l’ho fatto? – dice – In quegli anni il mondo non era come ora. Erano compagni che sbagliavano. Il processo che non ho avuto? Non si poteva fare. Ma è passato.”

T. è un dipendente pubblico, vive nel Lazio, poco distante da quella casa-covo delle Br. Uno che lavora sodo, una personalità ricca ed equilibrata. “Una generazione finita in un buco nero, una generazione che voleva cambiare il mondo finita preda del delirio dell’ideologia”. 

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